ABSTRACT

A cura della dott.ssa Ombretta Frezza

Ombretta Frezza

Abstract è una mostra che accoglie linguaggi artistici eterogenei: pittura, scultura, fotografia, grafica, mosaici, decorazioni in ceramica. Un percorso espositivo che svela tecniche e stili eterogenei, sperimentazioni che si fanno sfide, da parte di ogni artista per superarsi, evolversi, giungere alla conquista di territori ancora non esplorati, di cime ancora tutte da scalare. Ciò è manifestazione del fatto che gli artisti non restano mai immobili ma, non accontentandosi di ciò che hanno già detto e realizzato, vogliono sospingersi verso l’ignoto e il non conosciuto, come Fiorenza Vincenzi che decide di abbandonare, momentaneamente la pittura, per dedicarsi alla decorazione su ceramica. Un dialogo di voci e di anime che arrivano a farsi narratrici di storie, nelle quali l’osservatore può ritrovare pezzi sparsi della propria esistenza, facendo riemergere ricordi che credeva sopiti, abbandonati tra le pieghe più recondite dell’anima. Abstract sospinge ogni artista ad abbandonare accademismi, tecniche, canoni di perfezione, bellezza e armonia, lasciandogli la libertà di giocare con la tavolozza, creando sinergie cromatiche, accostamenti originali, lasciando vibrare pennelli e obiettivi fotografici, plasmando la materia ancora grezza, grembo fecondo che dona vita, generando forme tra le più diverse. Pierluigi Tolomio esprime il suo pensiero attraverso tele che raccontano il suo mondo emozionale ed esperienziale. Opere che richiamano la serigrafie della Pop Art, dove colori, immagini e lettere giocano nello spazio compositivo, concentrando l’attenzione dell’osservatore su messaggi che stimolano la riflessioni sulle grandi tematiche dell’esistenza. Colpisce l’opera dedicata a Monica Vitti, icona del cinema italiano che si svela a noi in una giovinezza che sembra non dover mai passare, portando con sé una struggente nostalgia per un tempo andato, perduto del quale Tolomio arriva a farsi testimone, conservatore per i posteri. Giulia De Serio gioca con tessere di un mosaico disordinato che si compone e si scompone, creando visioni caleidoscopiche, fantastiche che si distaccano dalla realtà contingente e fisica nella quale ci troviamo a vivere per invitarci a compiere un viaggio affascinante al di fuori del conosciuto. Terra, acqua e aria giocano nello spazio compositivo, cercandosi, attraendosi e allontanandosi per poi congiungersi, facendosi tutto, delineando fiumi e albe che portano con sé il sapore di un giorno nuovo tutto da vivere, che ripartorisce alla vita ognuno di noi, dopo la notte più lunga. Le geometrie di Giovanni Durigon danno origine ad un divertissement di figure piane, accolte da un fondale in bianco e nero, verso il quale viene voglia di dirigersi, lasciandoci inghiottire. Scatti che sembrano uscire da un catalogo di opere realizzato da Escher. Immobilità che si fa dinamicità, quadrati che si trasformano in sfere, l’impossibile che si fa possibile. Le opere che animano il percorso di Abstract si muovono in bilico tra formale ed informale, facendo sì che il colore si muova libero, sprigionando la propria energia, arrivando a rievocare le opere dell’Action Painting di Jackson Pollock, come si può osservare nelle opere presentate da Raffaella Xodo. Nelle opere proposte da Elisa Di Sarò e Maddalena Serafin il colore sembra galleggiare, sospeso o si manifesta attraverso macchie, creando così un’atmosfera sospesa, ovattata, ammantata da un silenzio che sembra, avvolgere, come un abbraccio rassicurante, lo spazio compositivo, . Colori che esplodono in una tavolozza di tonalità accese, che si muovono nello spazio compositivo, dando vita ad una suggestiva sinfonia cromatica. In ognuna di queste opere, tutto sembra confondersi, i colori arrivano a mescolarsi, sovrapponendosi gli uni agli altri e, come carezze sensuali, arrivano ad avvolgere lo spazio pittorico, muovendosi sinuosamente. Talvolta l’osservatore avverte la sensazione che tutto sembra poter cambiare da un momento all’altro grazie ad una resa pittorica e ad un punto di vista sfumato ed evanescente, donandogli la sensazione di guardare una realtà colta dall’interno di un acquario. Elena Carrer e Gabriella Brunetta propongono scatti fotografici dal sapore impressionista, nei quali l’obiettivo sostituisce il pennello, divertendosi a giocare con acqua, colore e luce. Lo scatto si fa narratore di storie misteriose e affascinanti di un mondo capovolto e speculare nei quali mi diverto ad addentrarmi, allontanandomi dai fardelli e dalle preoccupazioni della nostra quotidianità. Mi lascio andare alla fantasia, immaginando storie di quei luoghi, di quegli scorci che si manifestano agli occhi come se fosse la prima volta. Le linee ondulate di Fatima Chiarelli richiamano l’elemento acqua. Ciò ci porta a pensare alle onde del mare, al loro fluttuare, increspandosi l’una all’altra, sospingendosi verso nuove spiagge, nuove terre, andando oltre i limiti e i confini del contingente. Movimenti ondosi, sinuosi che ci portano a riflettere sulla nostra esistenza, costantemente in evoluzione, un continuo Panta Rei, dove nulla è mai a uguale a se stesso, portandoci, come ho potuto riscontrare in alcune delle opere presenti in mostra, a riflettere sul senso del nostro esistere. Chi siamo? Dove Andiamo? Da dove veniamo? Domande che si pose Paul Gauguin a fine 1800 dalla lontana terra tahitiana e che ancor’oggi stimola le riflessioni degli artisti. Domande che non trovano risposte ma portano ognuno di noi, grazie a queste opere, ad interrogarci sul nostro presente, e sul senso del nostro essere ed esistere. Annalise Ambrogio ci mostra una realtà che si muove tra ordine e disordine, una realtà che non è mai uguale a se stessa e non ha mai un’unica lettura, un unico punto di vista ma si presta a molteplici visioni e modi di comprensione e approccio. Atmosfere al limite tra fisico e metafisico, tra dimensione fiabesca e onirica dove ci ritroviamo spogliati degli orpelli e le maschere che contraddistinguono la convenzionalità della grande recita nel palcoscenico della vita, facendoci svelare per ciò che siamo realmente nel più profondo della nostra natura. Entriamo in luoghi dove l’anima cerca quel punto di partenza, quella casa abbandonata al momento di unirsi alla nostra dimensione terrena. Struggimento, ricerca di un Infinito al quale tendiamo e ricerchiamo, ci portano a rimettere in discussione tutto ciò che ci circonda e noi stessi ogni giorno. Betty Gobbo ci suggerisce alcune riflessioni inerenti al nostro rapporto con la natura che ci circonda, quando nei nostri momenti bui, nelle nostre notti senza fine possiamo decidere se lasciarci sedurre dall’oscurità oppure trovare una luce che fa vedere i colori più vividi, che ci porta ad avere un atteggiamento di apertura verso ciò che sarà, cercando di superare la tempesta che ci sta attraversando, per non soccombere, per non essere naufraghi in balia del mare agitato e dei venti violenti. Amare la natura, anche quando non possiamo scorgerla se non da dietro una finestra nel nostro luogo di sofferenza, perché la luce che lei sa emanare si fa per noi abbraccio rassicurante, filtra tra le fronde dell’oscurità e ridona speranza, Le opere di Erica Fresc portano l’osservatore ad alzare gli occhi al cielo, rivolgendo il proprio sguardo alla luna in una notte come tante, affidandole sogni, rendendola custode dei suoi segreti più intimi, confessandole ciò che ancora strugge e che di notte fa sentire più forte il suo grido appassionato. Le affidiamo le nostre speranze, interrogandoci sulle strade da intraprendere, sul cammino da percorrere, confusi e determinati, razionali e emotivi.

Dott.ssa Ombretta Frezza