FRANCESCO PIAZZA

Il fascino dell'inedito
EVENTO COLLATERALE ARTE FIERA DOLOMITI 2021


FRANCESCO PIAZZA, Il fascino dell'inedito,

Presentazione a cura di Lino Bianchin Curatore eventi della Fondazione Feder Piazza di Treviso Evento collaterale Arte Fiera Dolomiti Virtual 2021 La Stanza Rossa - Barchessa Villa Quaglia, Treviso www.arteinfiera.it - www.webartmostre.it

FRANCESCO PIAZZA, Il fascino dell'inedito,

FRANCESCO PIAZZA, Il fascino dell'inedito,
presentazione a cura di Nevio Saracco
Presidente della Fondazione Feder Piazza di Treviso
Evento collaterale Arte Fiera Dolomiti Virtual 2021
La Stanza Rossa - Barchessa Villa Quaglia, Treviso
fino al 28 maggio
www.arteinfiera.it - www.webartmostre.it

Francesco Piazza , Il fascino dell'inedito

EVENTO COLLATERALE DI ARTE FIERA DOLOMITI VIRTUAL 2021La mostra è aperta al pubblico presso La Barchessa di Villa Quaglia, Viale XXIV maggio 11 a Treviso.  Visita su appuntamento telefonico al 328 4851819.
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IN COLLABORAZIONE CON LA FONDAZIONE FEDER PIAZZA




Francesco Piazza , Il fascino dell'inedito

EVENTO COLLATERALE DI ARTE FIERA DOLOMITI VIRTUA 2021 Presentazione a cura di Gian Domenico Mazzocato
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IN COLLABORAZIONE CON LA FONDAZIONE FEDER PIAZZA


Francesco Piazza

Francesco Piazza, Venezia 1931 - Treviso 2007. Sviluppa la sua attività artistica a Treviso dove si accosta giovanissimo all’arte figurativa. Partecipa alle più importanti manifestazioni artistiche degli anni dal ‘51 al ‘56 quali la Biennale d’Arte Triveneta di Padova, la Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, la mostra dell’Incisione Contemporanea all’Opera Bevilacqua La Masa di Venezia, gli Incontri della Gioventù di Roma, la Mostra Nazionale del Disegno e dell’Incisione Moderna di Reggio Emilia, la Mostra Triveneta del Bianco e Nero di Udine. La tradizione più nobile della pittura e della grafica veneta, che da lui trae espressione singolare, la sensibilità creativa, sobriamente vigilata da una cultura aristocratica, gli hanno valso collocazioni di rilievo nelle principali manifestazioni artistiche italiane ed estere quali: Contemporary Italian Artists a Cleveland e Boston; Grafica Veneta Contemporanea in Urss: Mosca - Museo Puskin, Alma Ata - Galleria d’Arte Moderna, Leningrado - Museo dell’Hermitage; Genève, Idecom S.A.; Venezia, Scuola Grande di S. Giovanni Evangelista; Biennale di Incisione “Alberto Martini” di Oderzo; Londra, Barbican Centre: “Print Europe”, ed hanno permesso alla sua opera di affermarsi in una serie considerevole, per numero ed importanza internazionale, di esposizioni personali

La mostra 

Francesco Piazza è conosciuto, certamente, per la sua luminosa pittura ad olio, ma il suo successo si è concretizzato, soprattutto,con le opere incise all’acquaforte nel periodo che va dal 1974 al 1995. Molti sanno anche, che , sostenuto e condotto da Giovanni Barbisan, si era dedicato alle stesse tecniche in giovane età.
Ma che avesse una particolare passione per la figura femminile espressa con il disegno a matita e una altrettanto particolare predilezione per dipingere su tavolette di piccolissimo formato, sono pochissimi a saperlo e quasi nessuno ha avuto il privilegio di vedere queste opere.

Meritoria, e ben accolta dalla Fondazione Feder Piazza, è quindi la proposta della Galleria WebArt di allestire una esposizione con queste opere di Francesco poco conosciute e per lo più inedite.

Francesco Piazza incide la sua prima acquaforte, della quale si è purtroppo perduta traccia, nel 1948, all’età di diciassette anni. Quella data sarà fondamentale per la sua vita perché, oltre che marcare l’inizio di una grande avventura artistica, segna anche l’avvio di una profonda amicizia che terrà l’artista legato per tutta la vita al grande incisore trevigiano Giovanni Barbisan.

In questa esposizione sono presentate per la prima volta le incisioni di quel felice e, per Francesco, spensierato periodo che si concluderà nel 1956 allorchè abbandonerà per quasi vent’anni l’attività di incisore. Intraprenderà quella di grafico pubblicitario in una delle più importanti agenzie di allora, per poi avviare uno studio suo, personale.

L’interesse di Giovanni Barbisan per il giovane artista non si era limitato esclusivamente all’insegnamento delle tecniche incisorie, ma, avendo intuito le notevoli abilità di Francesco, e avendo anche preso conoscenza della sua innata pigrizia, stampava lui stesso le matrici nel suo studio per poi farle lui stesso incorniciare.

Quelle che, a suo parere, destavano maggiore interesse le inviava a mostre e concorsi riguardanti le tecniche del bianco e nero che all’epoca erano piuttosto frequenti. È così che Francesco si è ritrovato, quasi a sua insaputa, vincitore del primo premio a Cittadella PD nella più importante rassegna per gli incisori di quegli anni e ha avuto la soddisfazione di vedere alcune sue incisioni esposte alla Biennale di Venezia del 1956. Alcune delle incisioni esposte in questa mostra sono ancora nelle cornici originali.

Per dare il senso della continuità e dell’importanza dell’attività di incisore nella sua vita, sarà esposta anche l’ultima delle seicentocinquanta acqueforti incise da Francesco, Alberi in giardino, che conclude, nel 1995, il suo percorso artistico.

In un angolo di questa lastra ha voluto incidere la citazione di un versetto del salmo 36, Stà in silenzio davanti al Signore. È un’acquaforte che si rivelerà profetica riguardo al suo futuro. Colpito da ictus rimarrà per dodici anni quasi immobile e privato della parola.

Nella rassegna troveranno posto altre opere che raramente hanno varcato la soglia del suo studio. Sono velocissime impressioni che hanno come soggetto la figura femminile, tratteggiate con un segno sicuro e nello stesso tempo delicato, di matita o di carboncino. Francesco diceva che gli servivano per esercitare la mano. Diceva anche che era fondamentale, quasi obbligatoria per un artista, esercitarsi nell’ indagare il carattere, la personalità, il mondo interiore della persona ritratta facendo scorrere sul foglio un semplice segno senza far intervenire il colore. Nell’archivio della Fondazione Feder Piazza sono catalogati un migliaio di fogli che raccontano questa sua abilità e questa sua passione.

Francesco, quando raccontava la sua pittura, affermava che, per provare quella sensazione di infinito che si percepisce quando si contempla la natura, non è necessario immergersi nei grandi paesaggi, in stupefacenti tramonti, ma è sufficiente porre attenzione allo spazio ridotto di un prato o di un’aiuola. E, altrettanto, per esprimerne la poesia non servono grandi tele, ma sono sufficienti tavolette di piccole dimensioni.

La piccola dimensione è stata una sua passione giovanile poi ripresa in età matura. Se da giovane amava girovagare per le colline dell’asolano, per la campagna attorno a Treviso o sulle grave del Piave, con il cavalletto-zaino portatile, per esaltare con la sua tavolozza uno scorcio di paesaggio o fermare l’impressione di una luce particolare, nella maturità non è mai uscito dal suo giardino. Amava ritrarlo su tavolette di minime dimensioni per proporre a noi quella che, con felice intuizione, Gian Domenico Mazzocato ha definito l’aura grande del “piccolo”.

Tutto questo viene ora proposto in questa piccola, ma significativa mostra nella Sala Rossa della Galleria WebArt ed è una preziosa occasione per conoscere aspetti della personalità di Francesco Piazza finora rimasti segreti.

L’AURA GRANDE DEL “PICCOLO”

Com’è ricca questa terra di piccole e buone cose

piccole e perfette e ben riuscite

(Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

Ci fermiamo mai a chiederci quanto bisogno abbiamo di “piccolo”? Il fatto è che solo nel microcosmo, nella misura breve noi possiamo trovare forza utile a decifrare il macrocosmo e le dimensioni che ci sfuggono. Arundhati Roy quando ha dovuto scrivere del mondo immenso che schiacciava lei nata in un piccolo villaggio indiano, proprio dalle casupole in fango della sua infanzia è partita e ha intitolato il suo primo romanzo al Dio delle piccole cose. Lo Zarathustra di Nietzsche ha bisogno delle piccole cose per respirare e pensare.

Ed è esattamente l’aura grande che circola in questo “piccolo” Piazza, ritrovato e oggi riproposto. La sfida del colore e della luce, l’impossibile/possibile di una gamma infinita di verdi e rossi, il turgore irripetibile delle selve, il lirismo tacito e urlante dei paesaggi rurali. Non è elemento secondario della scia che l’artista trevigiano ha lasciato dietro sé. È nel piccolo che prendono vita gli intrichi, gli incastri, le sovrapposizioni. È nella costrizione che alita la voglia di libertà. Ed è qui che ritroviamo puntuale la lezione artistica di Piazza.

Un Francesco Piazza assorto e giocoso. Intelligente e rigoroso. Ricama, riempie, circoscrive lo spazio dell’invenzione e vi riversa un sentire raffinato, mai ridondante o superfluo. Il formato piccolo è stato una sua passione giovanile, poi riscoperta (e coltivata quasi con voluttà) nella sua ultima stagione, nei primi anni Novanta.

Piazza coniuga semplicità a complessa intuizione poetica. Non necessariamente lirica. Perchè la sua resta pur sempre intuizione del metafisico. Suggerito e dolorante frugare nel mistero dell’esistere, dove gioia e dolore sono spesso nodo e groviglio.

Ma anche, per enigma insondabile e paradosso, via chiara e luminosa. Poesia delle cose, sul versante della intuizione pura. Scoperta dello spazio dove ogni momento è comunque preghiera di segno alto. Cioè ricerca del segno provvidenziale. Messaggio straordinario e straordinariamente semplice.

Richiama alla memoria le artes minores di Martin Heidegger: “Semplice è la cosa: la brocca e il banco, il ponticello e l’aratro”.

GIAN DOMENICO MAZZOCATO, giugno 2008

 

 

Per il periodo giovanile

Nel 1948 Francesco Piazza ha 17 anni.
Vive i giorni della ricerca e delle curiosità. Prova tecniche e linguaggi. Dipinge a olio su tele di sacco. Sperimenta colori a tempera su tavolette che trova qua e là. Le mette in forno ad invecchiare. Dice che così fa trasalire i colori.
Abita in una soffitta, al centro di Asolo. La casa odora e puzza di colle, di latte ammuffito, di chiara d’uovo e di bitume. L’aria si impregna dell’acido nitrico delle prime, spericolate morsure. Piazza è in dialogo serrato e libero con la materia del rappresentare, con i supporti fisici della sua ricerca. Il colore, la tela.
E il rame, la cera, gli acidi delle incisioni.
L’acquaforte entra così nella sua vita. Sommessamente e trionfalmente.
Con, in prima istanza, quella abilità che solo gli acquafortisti sviluppano e possiedono. È il primo segreto del loro mestiere: creare artigianalmente le punte di acciaio utili a incidere la cera e prepararla ad accogliere l’acido nitrico (l’aqua fortis degli alchimisti) fissandole su basette di legno. Piazza utilizzava spesso, come supporto, anche pezzi di sughero.
A questi strumenti autocostruiti, in assenza di un termine proprio, si dà il nome di bulino mutuandolo dalle tecniche di incisione diretta della matrice di metallo: bulino, appunto, niello, puntasecca (e anche la cosiddetta maniera nera in cui ai bulini si accompagnano raschietti e brunitoi).
Piazza è disordinato e smarrisce la sua prima lastra. Vi aveva inciso, guardando il paesaggio dalla terrazza della soffitta, un po’ di periferia con della siepe e un alberello spoglio e un solicino invernale.
Ne conserva (e forse ne tira) un’unica copia, che il tempo ingiallisce in fretta perché sta sul muro dentro una cornicetta senza vetro. Tanto che anni dopo attribuirà il titolo di prima acquaforte, come dire, ufficiale ad una incisione del 1949 (La casa dei Romano, prima acquaforte della mia vita).

 
Nel 1954 vince il primo premio alla Mostra del Bianco e Nero di Cittadella. L’incisione (San Nicolò, 1952) lascia intravedere in lontananza la basilica trevigiana. Il tempio è sfumata e brumale filigrana. Il punto di osservazione di Piazza è tra filiformi arbusti colti in primissimo piano. In mezzo, campi e vigneti. Una sorta di preannuncio, di summa ideologica della sua arte, a ben guardare.
Sono anni di esposizioni con l’approdo prestigioso alla Biennale di Venezia. E sono soprattutto i tempi in cui matura il suo rapporto con Anna Maria Feder.
Tuttavia l’entusiasmo per l’acquaforte, l’accensione per il segno inciso sulla cera in attesa del morso dell’acido, albergano nell’animo di Francesco per un periodo abbastanza breve. Fino al 1956, i suoi 25 anni.
In quel periodo prende il diploma di maturità artistica, indispensabile per affrontare a viso aperto il futuro e severo suocero. L’anno successivo trova lavoro presso le Grafiche Trevisan di Castelfranco.
Sono le stagioni del rimescolamento, della nuova costruzione di sé.

E l’acquaforte sparisce dalla sua vita. Perché mi parve di non avere più la quiete, la serenità, i tempi lunghi necessari per quel tanto di introspezione, di solitudine, di tranquillità spirituale che ti fanno godere il dialogo con la lastra.
È la prima, fertile stagione di Piazza incisore. Smorzatasi nel silenzio. Nonostante i rimbrotti della sua donna, Anna (Gigio mio, finisci la Madonna e cerca di stampare!, gli scrive in una lettera).
Recupera il ritmo ideale per incidere nel 1974, quasi venti anni dopo.

Gian Domenico Mazzocato

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