TERESA FAGOTTO

Differente ripetizione

Teresa Fagotto

Le era rimasto dentro dall'adolescenza il desiderio di dipingere, e se l'era portato con sé per tanti anni. Ogni tanto disegnava, scioglieva i colori su fogli sparsi, vagabondi, ma che si perdevano nel corso del tempo. Ma ecco che negli anni 2000, andata in pensione, riesuma il suo sogno e inizia a dipingere. La sua mano scorre veloce, il suo è un dono naturale, ma Teresa è precisa, non vuole scherzare, vuole impegnarsi, entrare nel mondo artistico con le carte in regola: studia, segue corsi, frequenta la Scuola di Grafica di Venezia, si esercita sotto la guida di maestri quotati che la introducono nel mondo dei segni e dei colori.  Teresa segue dapprima docile, poi scoprendo e conquistando saperi e abilità, a poco a poco, mette sulla tela le sue predilezioni, le sue passioni, ma anche quel mondo nascosto che pullula nella sua anima e nelle sue cellule.  E via via inizia un suo diario dove registra le sue visioni e annota sensazioni ed emozioni: sono andate e ritorni, un afferrare e un lasciare, un arrestarsi e un addentrarsi. Inizia a descrivere brevi storie, abbozza figure e ritratti, declina nei nudi una ordinata armonia segnica, ma è la Natura che l'attrae ed è nella Natura che si immerge.

Sono dapprima i fiori del suo giardino, in cui i colori sbocciano, ordinati ma intensi con empiti e screziature che velano forti cariche coloristiche. I segni, pur trattenuti e allineati, raccontano una adesione sentimentale, una suadente delicatezza affettuosa.  Poi i paesaggi, quelli della campagna veneta, dove i verdi intensi sono attraversati dai gialli delle strade, dove una casa, una porta solitaria, una chiazza di rampicanti si ammantano dell'azzurra nostalgia di un tempo vissuto e poi andato. E' una realtà che lei ama e vive e che trasporta nella pittura in un viaggio sentimentale. Ma Teresa Fagotto è anche un'appassionata di fotografia ed ecco che ora affida all'occhio fotografico il compito di trattenere quelle visioni che colpiscono la sua retina e la sua sensibilità. Venezia diventerà il soggetto principale, Venezia oasi di miraggi dove ognuno va alla ricerca di magie.

Sceglie la Venezia che si specchia nell'acqua, quella cangiante che muta ad ogni istante, che libera continuamente una diversa visione di sé. Teresa si apposta, osserva: case, ponti, rive, cieli galleggiano nell'acqua, si riflettono aprendo gorghi di luci e di colori, vibrazioni, iridescenze. Teresa guarda, scruta, in attesa di cogliere quell'attimo che risponde al suo desiderio e che realizza la sua visione... la fotografia glielo restituirà, ma inserirà anche l'elemento misterioso, che la macchina avrà aggiunto.  Scatto dopo scatto, ecco riemergere una Venezia altra da Sé: una Venezia che si liquefa, striata di luce, attraversata da fasce colorate che dilatano il tempo, mentre steli variegati mimano il movimento. E' l'abbandono dell'io.  Da qui alla pittura il passo è breve.

Ora la fotografia e la pittura si scambiano le armi. La visione riflessa nell'acqua fra vibrazioni e luminescenze, risale alla superficie del quadro, in un potente ritmo di astrazione espressiva. I rossi scivolano in fasce ondulate o s'impennano in alabarde, i bianchi sono correnti impetuose che trascinano inquietudini e sofferenze, mentre reticolati squillanti svelano i tumulti del profondo e fondali neri accolgono il palpitare di fuochi e acque. Ma non finisce qui. Teresa è eclettica, presenta tante sfaccettature, e non vuole isolarsi dal mondo che la circonda di cui sente, con sofferenza, le piaghe e le lacerazioni: illustra allora tra figurazioni espressioniste la violenza sulla donna, o rappresenta volti di fanciulli e uomini di emigrazione, scene di guerra ma anche di pace...

La pittrice è un crogiolo, in cui forgia, assembla, manipola: e poiché sente con angoscia la distruzione del pianeta e di ciò che ci circonda, eccola a raccogliere oggetti disparati, simboli di un mondo che muore, li mette in una teca, accanto ad oggetti del mondo quotidiano e familiare che la circondano, quasi a tenerseli stretti. E' una conchiglia, o un groviglio di cristalli, o sono spugnette metalliche che lei, incantato bricoleur, riusa, trasfigurandoli, inserendoli in reticolo di relazioni dinamiche tra lei e il mondo. E infine, negli ultimi quadri, su un fondo nero,folto, opaco ineluttabile, appaiono piccoli angeli bianchi, quasi un timido contatto con forze che vanno oltre noi stessi.

Dalle sintesi naturalistiche, alle spinte espressionistiche e le tensioni astratte fino agli oggetti significanti, Teresa fagotto si pone sull'imprevedibile percorso della sensibilità e dell'inventiva che liberando una forza generativa coinvolge la sua storia e noi stessi.                         

Maria Luisa Covassi Caterisano

TERESA FAGOTTO (Italia)  “Garofani rossi”- 453\2019

SPIRALI DA CUCINA SU SUPPORTO E TECA IN PLEXIGLASS, cm. 50 x 50 anno 2019

Un utilizzo dei materiali riciclati, spugnette di metallo che si trasformano in boccioli di fiori e la simbologia cromatica nel rosso e nero in contrasto, ad evidenziare il bello e il brutto, il bene e il male di una natura in disfacimento a causa dell'uomo. Teresa Fagotto allude con forza ai temi ecologisti, sia utilizzando elementi che andrebbero contrariamente dispersi ad inquinare il pianeta, sia con il soggetto prescelto e reso con forte differenza coloristica. Artista poliedrica, che si destreggia con stile tra figurazione e astrazione, Teresa Fagotto prende spunto dalla realtà per sottolineare problematiche comuni alla società in cui viviamo. La società dei consumi, l'Italia delle migrazioni e della globalizzazione, l'integrazione e la tolleranza, la pace e la guerra sono argomenti impegnativi che l'arte di Fagotto riesce a rendere leggibili a tutti con l'immediatezza del linguaggio e la forza dell'immagine. Icone contemporanee, i suoi lavori uniscono pittura, assemblaggi, tridimensionalità, creando prospettive e piani di lettura integrati. Lo stile personale aiuta a riconoscere le opere di Teresa Fagotto nella loro sintesi espressiva, tra simbologie e metafore sull'esistenza e la quotidianità.

Guido Folco



TERESA FAGOTTO

Differente ripetizione di Boris Brollo – rivista JULIET (196)

I riflessi, le superfici, i bagliori, il luccichio, gli elementi femminili sono il sommario dell'opera ultima di Teresa Fagotto. Così potremmo riassumere la poetica di fondo di questa artista veneta nota per la sua caparbietà artistica. Ella non cede alle lusinghe del paesaggio, eseguito, di per sé, solo per solleticare la pancia del visitatore. Ma il suo paesaggio è stato filtrato in precedenza attraverso lo studio di una foto che ne coglie le luci e soprattutto i riflessi, quelli dell'acqua, del ghiaccio, o dei vetri. Ora, la pittrice decide di riportare la foto in pittura e ne filtra, quindi, le modulazioni cromatiche per tramite di paesaggi un po' freddi, perché concettuali, ma che poi diventano quadri di una serie colorata difficilmente emotiva. La Fagotto resta nel copiare così come nel riprodurre, distaccata e indifferente, legata solo alla tecnica pittorica a cui dà il risalto cromatico che sollecita l'occhio. Ora, l'autrice vira di nuovo verso un'altra esperienza artistica riprendendo un accessorio della cucina: la paglietta per lucidare, ma non ne fa un uso tecnico, bensì riprende questi strumenti da cucina per costruire cassette\contenitore in cui una serie di file dai colori primari fanno bella mostra. Ovviamente le colora dando loro una “patina” optical, per la modalità in serie di come sono poste, e che un po' rimandano alle file dei panini di Pietro Manzoni. In queste sue ultime costruzioni il colore agisce sull'occhio rifacendosi ai riflessi colorati, ma anche qui tutto e poco emozionale: racconta più una storia al femminile, una storia vicina al punto croce, cioè alla serialità tipica dell'arte al femminile che è fatta di “differente ripetizione”, il che fa di Teresa Fagotto una fra le tante artiste donne che si muovono sull'attualità artistica cercando nuove strade per lo sviluppo del suo operato.

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